Santiago Di Compostela: Un viaggio per abbattere i muru della disabilità

Santiago Di Compostela: Un viaggio per abbattere i muru della disabilità

di  Andrea De Chiara

(Oggi presentiamo un nuovo collaboratore: Andrea; con un sincero ringraziamento per il fortissimo articolo che ha presentato sotto forma di intervista per una impresa straordinaria svolta da un suo amico disabile. Grazie. ndr.) – Alberto Brunelli è un praticante avvocato veronese di 27 anni, soffre di una tetraparesi spastica che non gli permette di deambulare come tutti gli altri a causa di una mancanza respiratoria al momento del parto. Nonostante questo non si è mai adagiato sulla sua disabilità, infatti nel corso degli anni ha raggiunto un buon livello di autonomia.

Tuttavia nessuno si sarebbe aspettato che quest’ultimo il 4 agosto 2016 partisse per compiere il cammino di Santiago di Compostela insieme al suo amico Massimo Zampicinini. Intraprendere questo viaggio spirituale significava dover fronteggiare tante avversità. In questo senso, Brunelli sottolinea che vivere quell’avventura, dove anche lo svolgere le minzioni quotidiane diventa un’odissea a causa delle barrire architettoniche dei servizi igienici, non era destabilizzante, poiché con un buono spirito di adattamento si può spingere il proprio corpo a raggiungere mete impossibili. In questi casi il vero dilemma consisteva nel convincersi di non essere un fardello da trascinare. Più facile a dirsi che a farsi, dal momento che Alberto si sentiva a disagio nei confronti dell’amico, il quale doveva sostenere un carico di lavoro estenuante durante gli spostamenti. Massimo dal canto suo, per tranquillizzarlo gli ripeteva: “Noi siamo una creatura con due teste e due gambe”. Tale metafora sottintendeva che, in quel contesto, entrambi si supportavano a vicenda paritariamente, perché legati da una profonda amicizia. Non sono mancati momenti duri, come ad esempio lo scoppio della gomma della ruota della carrozzina per oltrepassare l’ennesimo tortuoso sentiero inagibile, e la corsa a perdifiato per trovare una camera d’aria nuova in un luogo sperduto. Insomma, Alberto non si riteneva come un disabile da aiutare ma come una persona che poteva sostenere il suo compagno come qualsiasi altro. Il rapporto di fiducia era tale da spingere entrambi a mettere la propria vita nelle mani dell’altro, come quella volta in cui si sono ritrovati di fronte alla tipica situazione della visione di un panorama quasi magico, la cima di una montagna, e un sentiero roccioso impervio in mezzo ai boschi. Niente di nuovo, se non fosse che stavolta per arrivare a destinazione, Alberto era sostenuto da Massimo, correndo il rischio di sbilanciarsi e cadere nel dirupo una volta in cima.

È indiscutibile che questa ricerca del superamento estremo dei propri limiti è folle. Tuttavia Alberto risponde: Mi sono dovuto adattare a situazioni estreme, ma ho dimostrato a me stesso che volere è potere. “D’altronde, da quando mia mamma è venuta a mancare, la mia quotidianità è stata completamente stravolta e mi sono dovuto adattare a un nuovo stile di vita dall’oggi al domani senza preavviso. La vita ha cercato più volte di mettermi k.o, oggi invece sono io a mettere k.o lei”

Secondo il ragazzo è vitale soggiogare i limiti della propria mente. Solo cosi è possibile eludere il loro forte potere autosuggestivo che pone l’uomo in una condizione di stasi. È proprio la stasi che uccide l’uomo.

La vicenda di Alberto insegna che la maggior parte dei nostri limiti risiedono nella nostra mente. Tutti noi ci siamo ritrovati almeno una volta nella via a dire: “non ce la faccio”. Quando vi sentite in questa fase di stallo pensate a questo ragazzo e alle sue imprese. Lui ce l’ha fatta. Quindi nulla è impossibile. Basta solo volerlo e provarci!

 

fonte: http://www.disabiliabili.net/blog/post/9887-santiago-di-compostela-un-viaggio-per-abbattere-i-limiti-della-disabilita#