Dalla RSA a casa. Claudio: “Costo meno e creo lavoro”

Dalla RSA a casa. Claudio: “Costo meno e creo lavoro”

di Marina Voudori

fonte: http://www.enil.it/wordpress/?p=535

Riprendiamo un articolo di SuperAbile del 2013 e un servizio del FattoQuotidianoTV del 2012 per ribadire e ricordare che l’assistenza autogestita e destinata ,direttamente alle persone disabili ci permette di vivere una piena vita, all’interno della colletività e a parità con le persone non disabili. Inoltre, costa molto meno allo Stato permettendo così di coprire pienamente le necessità di più persone rispetto a quanto accade oggi.

VIDEO (fai click qua): Vita indipendente vs. Spreco di risorse agli istituti

Segue l’articolo:

L’esperienza di Claudio Savoldi, da 21 anni in sedia a ruote, dalla struttura per disabili alla propria casa grazie a un progetto di vita autonoma di Enil. “Ero parcheggiato, ora gestisco la mia vita”

“Con quello che si risparmia con la mia assistenza domiciliare si possono fare altri due progetti di vita autonoma, e in più ora mi posso permettere qualche sfizio, come andare a farmi un aperitivo”.  Claudio Savoldi è costretto in carrozzina da 21 anni, dopo un incidente stradale, e da un anno vive da solo usufruendo di un “progetto di vita indipendente”, pianificato con associazione Consequor e  Enil, il newtwork europeo per la vita indipendente. Ha vissuto con i genitori fino al 2007, poi, con la morte del padre, è stato ricoverato in una struttura assistenziale di Arluno (Milano). “Tutti sono convinti che si sia maggiormente assistiti in una struttura, ma fondamentalmente ero parcheggiato, dovevo chiedere il permesso per qualunque cosa, dovevo sottostare a una tabella di marcia esterna. Sono più assistito qui, nella mia casa, con la mia vita, e due persone che mi aiutano, una fissa e una a ore”.

La sua permanenza in struttura costava 229 euro al giorno, quasi 7 mila al mese, assorbendo tutto il suo reddito e con un congruo contributo pubblico. “Stare lì mi ha aiutato a capire che ero troppo giovane per quella vita, e con l’aiuto di pochi buoni amici e di Germano Tosi abbiamo studiato le possibilità alternative, fatto dei conti, e stilato la domanda per il progetto”. Trovato un appartamento e due persone che lo aiutassero, Savoldi ora se la cava con 2.300 euro di contributo per l’assistenza domiciliare, mentre il suo reddito è sufficiente a pagare l’affitto, le bollette, e qualche piacevole extra.

“Sono molto contento e felice di questa scelta, non tornerei mai indietro, anche se quando l’ho fatta mi hanno dato del matto e sono stato l’unico caso in quella struttura in 12 anni. Costo molto meno alla comunità, sono indipendente, creo posti di lavoro. La legge che permette questo tipo di progetti esiste da molti anni, ma è poco applicata e poco proposta”. Sui possibili motivi per cui questa soluzione sia poco adottata, ipotizza le forti convenzioni con le strutture, ma anche una questione culturale: “Molti pensano che sia più semplice la struttura, con la logica del ‘poverino, ha bisogno’, ma non c’è un problema, c’è una persona”. Non tutte le persone possono usufruire di questa soluzione, dipende anche dal grado di possibile autonomia del soggetto.

Spiega i passi per affrontare questa ipotesi: “Molti mi chiedono come fare: innanzitutto appoggiarsi a una delle associazioni sul territorio, come per me la Consequor. Poi parlarne con gli assistenti sociali, farsi due conti, e fare domanda: in questi periodi di crisi non ti possono dire di no, perché è un risparmio enorme”. Neanche il tipo di casa sembra essere un grande ostacolo. “Ne ho cercata una a piano terra o con ascensore, senza grandi barriere architettoniche, che sono più fuori che dentro. Poi, se c’è il bagno con doccia a pavimento, è meglio, ma comunque ci si arrangia e si adatta la casa alle proprie esigenze”.

Il problema riguarda semmai il futuro: “Il consorzio che mi segue, il Cisa Ovest Ticino, sarà chiuso entro il 2014, perché hanno deciso che sono enti inutili. Ma non possono svegliarsi una mattina e decidere che le mie scelte siano rivedibili, e che io debba rinunciare a gestire la mia vita e tornare in una struttura. Tra l’altro, con le liste di attesa che ci sono, dovrei praticamente aspettare che muoia qualcuno o che una persona decida di andarsene come feci io.